L’associazione culturale Lumis Arte, in collaborazione con il Comune di Olginate e il patrocinio della Provincia di Lecco, è stata lieta di presentare la mostra Mauro Benatti. La visione del vero, che è andata a proporre uno sguardo retrospettivo sull’arte dello scultore e pittore airunese Mauro Benatti (1947-2014). 

La mostra è andata a concentrarsi sulle opere che Benatti creò ispirandosi direttamente ad alcune sue grandi passioni, che hanno caratterizzato sia la sua attività da disegnatore e pittore quella da scultore. L’artista airunese, che fu per diversi anni insegnante di copia dal vero presso la scuola APEA di Merate, concentrò la sua produzione attorno a due nuclei fondamentali: lo studio del corpo umano e l’amore per la scultura della materia

Entrambi questi aspetti sono stati presentati in mostra attraverso i suoi disegni e le sue sculture, realizzate con diversi materiali, spesso di riuso. Sono stati anche presentati alcuni studi e interpretazioni della figura umana, finalizzati a celebrare la sua naturale bellezza: essi sono andati così a comporre un “vero” panorama degli interessi artistici ed estetici dell’artista airunese.

 L’associazione culturale Lumis Arte, in collaborazione con il Comune di Olginate e con il patrocinio della Provincia di Lecco, è stata lieta di presentare la mostra Donato Frisia Jr. Trasparenze Musicali, che è andata a proporre una visione sulle recenti opere astratte del pittore meratese Donato Frisia Jr. (1940). 

La mostra è andata a presentare le opere astratte ispirate all’ascolto della musica che l’artista meratese ha realizzato tra il 2023 e il 2024, alcune delle quali create appositamente per la presente esposizione. Da alcuni anni Frisia realizza opere che nascono dall’ascolto attento di diverse sollecitazioni musicali (dalla musica classica al jazz, dal boogie-woogie alla musica contemporanea), per poi dare immagine alle emozioni provate nel momento dell’ascolto attraverso forme e colori. 

Particolare attenzione è stata dedicata al concetto di trasparenza, aspetto centrale nei quadri astratti di Frisia e concetto particolarmente importante per valutare la vicinanza tra il mondo della musica e quello della pittura

 L’associazione culturale Lumis Arte, in collaborazione con il Circolo Figini  di Maggianico e con il patrocinio della Provincia e del Comune di Lecco, è stata lieta di presentare la mostra Dario Acciaretti, che è andata a proporre un interessante riflessione sul rapporto tra arte e intelligenza artificiale.

Nella mostra saranno visibili le immagini realizzate con lo “strumento” del riempimento generativo, basato sulla conversione del testo (un dialogo con la macchina) in immagine, con cui Acciaretti ha dato forma ad ambienti, le stanze, apparentemente vissuti. Un affascinante connubio tra espressione creativa e intelligenza artificiale. Quindi le immagini esposte sono il risultato della collaborazione tra la creatività individuale e gli algoritmi dell’intelligenza artificiale. Ogni fotografia è stata generata in modo unico, reinterpretando il mondo visivo attraverso il filtro delle reti neurali artificiali. 

 

L’associazione culturale Lumis Arte, con la collaborazione del Circolo Fratelli Figini, il patrocinio del Comune di Lecco e della Provincia di Lecco, è stata lieta di presentare la mostra Omaggio a “Stalker”, che ha esposto le ricerche condotte da Andrea Caronni sull’uso espressivo della luce, del colore e della sovrapposizione, come rilettura del film “Stalker”, capolavoro di Andrej Tarkovskij. In particolare sono state esposte le fotografie realizzate con la tecnica della sovrapposizione sulle sponde dell’Adda, nei pressi di Calolziocorte e Olginate.

Come spiega Caronni stesso, la serie Omaggio a “Stalker” (2020) trae origine da due elementi: dalla passione per il cinema dell’autore e dalla consapevolezza dell’interrelazione e dell’influenza tra tutte le arti, in questo caso tra cinema e fotografia, linguaggi affini e interdipendenti l’uno dall’altro. 


Il film di Tarkovskij è uno specchio della vita umana e una lettura poetica dell’esistenza. L’uso degli oggetti, dei colori, degli scenari da parte del regista è unico nel panorama cinematografico: in questa modalità comunicativa risiede il fascino dell’immagine e la sua capacità simbolica. 



Il film narra di un viaggio verso un luogo remoto e desolato, la Zona, in cui si dice esista la “stanza dei desideri più intimi e segreti”. Il viaggio è un percorso fatto dentro l’essere umano: nel suo egoismo, nel subconscio, nella cattiveria e nella bontà, tra i punti deboli e la forza degli individui in un’esplorazione tra diverse concezioni della vita.

Tarkovskij ambienta il racconto in atmosfere da apocalisse post-atomica, amplificando la sovrapposizione tra il viaggio dei protagonisti e la riflessione. Lo scopo di Tarkovskij è indebolire progressivamente i legami delle immagini con la realtà, fornendo suggestioni che stimolano livelli d’attenzione sempre più profondi e che guidano il pubblico a “sentire”. 


Influenzato e sedotto da questa poetica Andrea Caronni ha deciso di rappresentare questo viaggio immaginario e intimo dell’uomo dentro sé stesso attraverso una fotografia fortemente manipolata. L’uso antinaturalistico del colore, le sovrapposizioni di più scatti o di diverse porzioni di uno stesso scatto, hanno lo scopo di suggerire molteplici interpretazioni dell’immagine partendo dal dato reale, ma trasfigurandolo in emozione. Lo spettatore ha il compito di lasciarsi guidare dagli elementi del dato reale per poi abbandonarsi alla propria personale interpretazione: attraverso elementi riconoscibili, apparenze, relazioni compositive e linee di forza è possibile accedere ad un’altra dimensione dell’immagine che può essere visione, sogno, realtà o desiderio. 
 

 

La meta finale di questo percorso è lasciata allo spettatore, che arriverà dove il proprio processo percettivo ed emotivo lo porterà, usando gli stimoli visivi del progetto fotografico come trampolino. 


 

L’associazione culturale Lumis Arte, con il patrocinio della Provincia di Lecco e del Comune di Lecco, è stata lieta di presentare la mostra Alla ricerca dei lavatoi. Lasciamo che sia lo stesso Daniele Re a spiegarci i suoi lavori fotografici, realizzati con la tecnica del light painting...

La serie Alla ricerca dei lavatoi (2021-2023) costituisce una documentazione dei lavatoi, presenti prevalentemente nel territorio lecchese, e una interpretazione della loro antica funzione pratica. 

In queste fotografie la luce diventa l’elemento attivo che scrive i percorsi dell’acqua o delle lavandaie ora assenti. I fasci azzurri, indice di questa presenza incorporea, sono realizzati con il movimento continuo di una torcia sopra la vasca.

 

Oggi i lavatoi sono luoghi marginali, a volte dimenticati e inutilizzati da anni, sono luoghi solitari abitati dall’acqua e dall’assenza.
Sono ambienti carichi di una vitalità sopita e misteriosa che un tempo aggregava la vita delle comunità e dava valore al paesaggio.

In queste fotografie Daniele Re adatta la sua peculiare ricerca sul tempo alla fotografia digitale. La ripresa digitale è quindi oggetto di forti manipolazioni cromatiche proprio per rendere evidente la sua disgregazione all’interno del suo processo di creazione.





Oltre all'inaugurazione, è stata organizzata anche una visita speciale alla mostra nella giornata di venerdì 27 ottobre, in prossimità delle vacanze di Halloween, che si è tenuta completamente al buio. E' stato così possibile ammirare le fotografie esposte unicamente con una torcia.
La luce, vera protagonista di queste opere, è diventata così protagonista anche del momento di scoperta e di visione di queste fotografie. 

La mostra si è tenuta nella sala espositiva dell’Eremo di Monte Barro dal 16 settembre al 15 ottobre, realizzata con il patrocinio dell’Ente Parco Monte Barro. Il progetto nasce dalla collaborazione di un praticante alchimista, Davide Innocente, e di due fotografi, Daniele Re e Jacopo Greppi. Durante il percorso creativo si sono aggiunti altri artisti quali Emilio Alberti per la pittura e Simone Redaelli per la musica, attratti dalla tematica e dai contenuti affrontati. Si è così cercato di unire una pluralità di metodi espressivi, con l’intento di raccontare in modo corale la Natura. 

Il racconto che ne è nato unisce creativamente i due termini di alchimia e natura. Il nucleo centrale del progetto sono una serie di foto che ripercorrono le quattro stagioni della natura (Autunno, inverno, primavera ed estate), seguendone i percorsi, le dinamiche, le creazioni che le caratterizzano. L’originalità sta nello sguardo, nell’intenzione, nella volontà di cogliere qualcosa che va oltre il visibile, qualcosa che appare sulla superficie, ma che rimanda a un oltre che le immagini (fotografie e dipinti) cercano di rendere visibile.   


La narrazione così realizzata è un’opera organica in grado di ripercorrere i cicli della natura presentandoli dal punto di vista delle energie metafisiche di cui sono l’espressione.  I soggetti di ogni stagione sono infatti insoliti particolari, obliqui squarci e aspetti singolari capaci di suggestionare e indurre un modo diverso di guardare quanto cade tutti i giorni sotto i nostri occhi resi insensibili dall’abitudine.

Questa narrazione, oltre a parlarci della Natura, esprime qualcosa di profondo che giace all’interno di ogni individuo, ricorda un percorso, induce ad una riflessione dimenticata, stimola ad un viaggio. 




L’itinerario della Natura è infatti la traccia, il filo di Arianna che è possibile seguire per ritrovare se stessi. Secondo l’alchimia la Natura, quanto di essa si mostra davanti agli occhi, è infatti una metafora di un viaggio interiore che permette di scoprire che il mondo esterno rimanda a un’interiorità nella quale si concretizza un percorso di scoperta e di consapevolezza. 





Parole, fotografie, dipinti e musiche si connettono e si richiamano tra loro in modo insolito e profondo, quasi magico, stimolando a comprendere questo linguaggio segreto ed arcano che connette ogni cosa e che, se adeguatamente interpretato, può indirizzare sulla giusta strada. La Natura a questo punto non è più qualcosa con cui entriamo in rapporto ma lo specchio dell’interiorità, la via da seguire per andare oltre la stessa e scoprire la nostra vera identità. Vincere Natura secondo Natura è infatti il motto dell’alchimia.


L’associazione culturale Lumis Arte, con il patrocinio del Comune di Merate, è stata lieta di presentare la mostra Donato Frisia Jr. Andare avanti, dipingere “oltre”, che è andata a proporre una visione retrospettiva sulla carriera artistica del pittore meratese Donato Frisia Jr. (1940). 

La mostra è stata realizzata in parallelo alla mostra che, nella sede di Villa Confalonieri (Merate), è andata a ricordare la figura del pittore Donato Frisia, nonno di Donato Frisia Jr, all’interno del progetto “Carpi Frisia Gola. Memorie di un territorio”. In questo modo si è evidenziato come anche l’arte di Donato Frisia Jr. rappresenti un vero patrimonio per la città di Merate, oltre che per tutto l’ambiente artistico della Brianza e della provincia di Lecco. La mostra Donato Frisia Jr. Andare avanti, dipingere “oltre” è andata a mostrare come Donato Frisia Jr. abbia visto e ascoltato le lezioni pittoriche del suo celebre parente, ma poi abbia sviluppato la sua arte in maniera autonoma e indipendente, giungendo anche a padroneggiare i linguaggi della pittura informale e astratta


La mostra ha avuto inizio da una serie di ritratti della famiglia del pittore, in cui Frisia Jr. riporta in auge l’antica pratica della ritrattistica, in cui eccelse anche il celebre nonno. In seguito la mostra è andata a mostrare come la sua serie informale dei “Riflessi” sia stata un vero spartiacque nella storia artistica di Frisia Jr. tra la pittura paesaggistica, ereditata dal nonno Donato Frisia, e la successiva scoperta della pittura astratta. In chiusura è stata presentata l’ultima fase artistica dell’artista meratese, incentrata sul dialogo tra pittura astratta e musica. Sono state presentate opere di grande formato, realizzate appositamente per l’occasione della mostra. 


 Da venerdì 21 luglio a martedì 1° agosto Oggiono ha ospitato la mostra d’arte collettiva “Astratte Sinfonie” nella suggestiva location di Villa Sironi. Curata dall’associazione Lumis Arte, in collaborazione con l’Archivio Gino Scagnetti e con il patrocinio del comune di Oggiono, “Astratte Sinfonie” ha visto come protagoniste le opere d’arte astratta di Gino Scagnetti e Donato Frisia Jr.
Astratte Sinfonie” è stata una mostra incentrata sull’incontro fra arte e musica: le opere esposte sono il frutto della rielaborazione, attraverso l’arte, delle sensazioni provate dai due artisti all’ascolto di alcuni componimenti musicali, dalla musica barocca al jazz: sentimenti e visioni che nelle loro tele diventano visibili grazie all’uso del colore.  

Il pittore meratese Donato Frisia Jr. (Bengasi, 1940) ha presentato le sue opere astratte ispirate dall’ascolto di vari tipi di brani musicali. Dal jazz alla musica classica, dai Beatles al boogie-woogie, Donato Frisia ci ha immerso in un “mondo di suoni e colori, in cui il sentimento mi costringe ad entrare. È come se le mie emozioni si possano trasmettere e trasferire solo attraverso il colore”. 

Il pittore meratese ha esposto in questa occasione le sue ultime opere, realizzate appositamente per la mostra. Una trentina di quadri di Donato Frisia sono andati così a mettersi in dialogo, nelle loro vicinanze e nelle loro differenze, con dieci grandi tele di Gino Scagnetti (Codroipo, 1940-Milano, 2020), 



I quadri esposti di Gino Scagnetti, il cui archivio ha sede a Milano, fanno parte della serie “Alternatim, nella quale l’artista indaga le similitudini di linguaggio fra arte astratta e musica, creando ventidue oli su tela dove esprime il moto di sentimenti e suggestioni che particolari composizioni musicali hanno suscitato dentro di lui.  Scagnetti scrive che in questo particolare ciclo
la pittura moderna e la musica barocca s’incontrano grazie ad una espressione del sentimento irrazionale dell'artista, che trova una sintesi tra enfasi e naturalezza, ma anche tra idealizzazione e vitalità”. 



L’inaugurazione si è tenuta venerdì 21 luglio, alle ore 18.30. L’evento a visto partecipe anche la violinista Beatrice Casiraghi, che si è esibita per i presenti con brani di grandi compositori barocchi, fra i quali Vivaldi e Bach. 

L'esposizione è andata a riunire le fotografie di Pietro Buttera, Emilio Frisia, Sara Invernizzi e Giandomenico Spreafico in un percorso che è andato a indagare, sotto aspetti diversi, una montagna che non esiste più.  Tre fotografi e un’artista visuale, di generazioni e con storie differenti, sono andati a offrire delle immagini di una montagna ormai assente o forse spesso dimenticata, in cui l’uomo e la natura possono convivere in maniera armonica e non competitiva.

In questa prospettiva le fotografie di Giandomenico Spreafico sono andate a ritrarre i lavori manuali ormai scomparsi, tipici degli alpeggi, mentre Pietro Buttera ha presentato l'attuale condizione di abbandono delle baite, dove la natura si è ripresa i prati che una volta erano pascoli.   
 

Allo stesso tempo Emilio Frisia andrà a raccontare impegnative escursioni con lo sguardo peculiare del fotografo alpinista: un esploratore attento, che negli anni '60 compie numerose scalate sulle Alpi, sul Caucaso e sul Picco Lenin.
 

Infine, Sara Invernizzi è andata a illustrare storie e leggende legate alle presenze immaginarie che abitano i boschi, fornendo uno sguardo verso un antico mo(n)do di vivere, in cui l’essere umano è in grado di trovare un suo spazio e un suo rifugio nelle rigide ed evocative leggi della Natura.

La mostra è andata a riassumere i temi e le questioni trattate in tutto il corso del progetto Fuori dal Tempo, che ha animato la prima metà dell’anno culturale del circolo Figini di Maggianico. 

L’esposizione raccoglie alcune fotografie realizzate nei diversi ambienti della montagna, dai boschi ai prati, dalle Marmitte dei giganti alle grotte, accompagnate da testi e poesie scritte dalla stessa autrice. Le immagini presentano la materia di cui è composta la montagna (rocce, sabbia, acqua, neve, erba, foglie), ma sono anche l’occasione per la loro autrice di dare forma alla propria sensibilità visiva e narrativa. 

Attraverso le sue fotografie Sara Invernizzi reinterpreta e illustra le storie fantastiche e le leggende nate per spiegare i fenomeni naturali, come il passaggio delle stagioni, quando questi erano incomprensibili all’essere umano.

Le fotografie di Sara Invernizzi sono per la maggior parte degli autoritratti, in cui il corpo entra in contatto con gli elementi naturali fino quasi a scomparire. Con le fotografie dedicate alle storie della montagna, Invernizzi orienta la sua poetica verso l’intimità del rapporto tra l’essere umano e la natura.

Sara racconta una natura viva che stimola l’immaginazione e al contempo avvolge il corpo di chi la attraversa: immerso nella roccia, modellato nella sabbia, ammantato di foglie e bagnato dall’acqua.
 

 I testi scritti dalla stessa Sara rielaborano e spiegano le trame originali o le vicende storiche legate ai luoghi fotografati, per trasmettere l’atmosfera lontana e distaccata di quei luoghi e la sua fusione corporea ed emotiva con la natura. 

La mostra Montagna viva espone le fotografie di Emilio Frisia per la prima volta a Lecco, luogo frequentato dal fotografo durante le numerose escursioni in Grigna e sul Resegone. Questa è anche l’occasione per riscoprire la vita avventurosa e il pensiero critico di un autore di notevole importanza nel panorama culturale degli anni ’60 e ’70, che ha svolto un’intensa attività divulgativa attraverso la pubblicazione di libri (Come fotografare in montagna, 1967) e articoli su riviste. Non a caso le sue fotografie furono commentate da letterati del calibro di Dino Buzzati e pubblicate su importanti riviste come “Le vie d’Italia. Rivista mensile del Touring Club Italiano”. 

La mostra conduce i visitatori in un viaggio attraverso i diversi ambienti montani e le presenze che li abitano, siano esse persone che falciano il fieno, mucche al pascolo o lumache rintanate nei loro gusci, alberi solitari o prati sferzati dal vento, cascate, ghiacciai e fossili.

 L’apertura della mostra Montagna viva si è tenuta sabato 15 aprile, alle ore 18:00. In quest’occasione è stato possibile incontrare il curatore Daniele Re e Franca Garuti, moglie di Emilio Frisia. 

L’esposizione Montagna viva è la terza tappa della rassegna Fuori dal Tempo, ideata da Lumis Arte, che si è conclusa con la mostra personale di Sara Invernizzi (13 maggio – 9 giugno). 

L’esposizione Baite della Valvarrone è la seconda della rassegna intitolata Fuori dal Tempo che ospiterà le mostre personali di Emilio Frisia (15 aprile – 12 maggio) e di Sara Invernizzi (13 maggio – 9 giugno). 
L’apertura della mostra Baite della Valvarrone si è tenuta sabato 4 maggio alle ore 18:00. In quest’occasione è stato possibile incontrare il fotografo Pietro Buttera, il curatore Daniele Re (Lumis Arte) e Sara Invernizzi.

La mostra è andata a presentare venti opere di Giuseppe Brambilla Sancina, uno dei più apprezzati pittori della provincia di Lecco e vincitore dell’Ambrogino d’Oro del Comune di Milano. Le sue creazioni sono entrate in dialogo con cinque sculture in ferro, pietra e legno create da Mauro Benatti, oltre che dieci tra i suoi quadri e disegni. 

L’esposizione ha evidenziato come i due artisti siano stati catturati dal soggetto pittorico del cavallo per il profondo valore simbolico di questo mitico animale. Benatti e Sancina ritraggono la figura del cavallo per riflettere sul complesso (ma fondamentale) rapporto tra l’essere umano e la Natura

Cavalli, ninfe e amazzoni, così come i cavalieri e tutti gli esseri umani, non sono altro che “libere nature”, la cui sfida più difficile (ma anche più importante) è quella di imparare a vivere in maniera armonica con l’ambiente circostante.  

Un rapporto che deve fondarsi sul dialogo e sulla reciproca fiducia, per non cadere in forme pericolose di violenza e sopraffazione. 

In questa occasione sono state presentate numerose opere raramente esposte in pubblico, create in parallelo da due artisti che furono uniti non solo dalla passione per l’arte figurativa e naturalistica, ma anche da una buona e sincera amicizia.

La mostra è stata aperta durante i weekend, con apertura straordinaria nella giornata del 25 aprile (26 marzo, 1-2-8-9-15-16-22-23-25 aprile), con i seguenti orari: 10:30-12:30 e 14:00-17:00. La mostra è stata corredata da un’attività didattica dedicata al disegno dei cavalli attraverso diverse tecniche e materiali.

Le fotografie di Pietro Buttera presentano l’attuale condizione di abbandono delle baite presenti in Valvarrone e nella zona di Premana. Con le fotografie dedicate alle tracce della vita in montagna Buttera orienta la sua poetica verso l’intimità del rapporto tra essere umano e ambiente montano, raccontando la storia di convivenza e adattamento dell’essere umano alle sue difficili condizioni; una storia lontana dal nostro tempo, colta da uno sguardo semplice e chiaro, nel momento in cui anche il ricordo di questa vita va scomparendo.

 Le immagini esposte sono una fonte di informazioni sulla vita della media montagna, ma sono anche l’occasione per il loro autore di dare forma alla sua sensibilità visiva. La mostra conduce i visitatori in un viaggio lungo sentieri dimenticati attraversando le tracce della loro storia: i prati ormai ricoperti dagli alberi, le baite circondate da rami e rovi, edifici solitari o raggruppati sui ripidi versanti della valle.

Le fotografie di Buttera sono accompagnate dal testo di Sara Invernizzi che racconta l’ambiente sociale delle baite della Valvarrone, la modificazione dell’ambiente a favore dei pascoli e della vita delle comunità montane. Inoltre pone uno sguardo attento ai diversi modi che l’essere umano ha messo in atto per adattarsi al territorio che lo ospita scoprendone i particolari. 

L’esposizione Baite della Valvarrone è la seconda della rassegna intitolata Fuori dal Tempo che ospiterà le mostre personali di Emilio Frisia (15 aprile – 12 maggio) e di Sara Invernizzi (13 maggio – 9 giugno). 
L’apertura della mostra Baite della Valvarrone si è tenuta sabato 4 maggio alle ore 18:00. In quest’occasione è stato possibile incontrare il fotografo Pietro Buttera, il curatore Daniele Re (Lumis Arte) e Sara Invernizzi.

 

La mostra ha condotto i visitatori in un viaggio lungo sentieri lontani e difficili da percorrere, ma anche attraverso la loro storia: dalla transumanza alla lavorazione del bitto, dall’artigianato alla lavorazione del ferro, dall’abbandono delle baite alle atmosfere sognanti delle nebbie mattutine. 


Le immagini esposte in mostra sono state unite da una fonte di informazioni sulla vita in alta montagna, ma sono anche l’occasione per il loro autore di dare forma alla sua poesia visiva.              

 

La mostra ha condotto i visitatori in un viaggio lungo sentieri lontani e difficili da percorrere, ma anche attraverso la loro storia: dalla transumanza alla lavorazione del bitto, dall’artigianato alla lavorazione del ferro, dall’abbandono delle baite alle atmosfere sognanti delle nebbie mattutine. 


Le immagini esposte in mostra sono state unite da una fonte di informazioni sulla vita in alta montagna, ma sono anche l’occasione per il loro autore di dare forma alla sua poesia visiva.              

 

Qui Giandomenico fotografa anche le donne intente ai lavori domestici, come affilare le falci in Serietà nel lavoro (’75), lavare i panni in Donne alla cascina (’80), fare il pane in Gente di Premana (’81) e lavorare al tornio in Gente della Valle Imagna (’82). Con le fotografie dedicate alla vita in montagna Spreafico orienta la sua poetica verso l’intimità del rapporto tra essere umano e ambiente

L’esposizione si articola su una piccola parte della produzione autoriale di Cerocchi: un nucleo che affronta il rapporto tra l’essere umano e la natura (in particolare quella maremmana), sviluppato mediante l’uso dello scanner.

Le opere scelte dalle serie Rusticus (2010), Mare Nostrum (2010), Territori innevati (2012) e Qui alla frontiera cadono le foglie (2020), fatta eccezione per le fotografie incollate sui mattoni, sono tutte realizzate senza l’uso della macchina fotografica, ma non per questo non si possono definire fotografie. 

Cerocchi ha creato queste opere a partire dalla scansione di elementi reali (tutti raccolti e accuratamente conservati), che successivamente elabora e sovrappone nella camera chiara di Photoshop, proprio come si fa con le fotografie “tradizionali”. Questo processo creativo, in apparenza così peculiare, ma non estraneo alla fotografia contemporanea, nasce dalle conoscenze pratiche che Cerocchi ha sviluppato dagli anni ’70 lavorando in camera oscura, studiando grafica e realizzando servizi di moda per diverse riviste. 

Nelle opere esposte i frammenti della memoria personale, come le carte veline settecentesche recuperate dall’archivio di famiglia, si sommano a elementi naturali, rappresentati da legni e alghe abbandonati dal mare, da erbe e fiori di campo, da rami secchi raccolti lungo le strade di campagna
o da panorami maremmani.
A questi si aggiunge sempre il riferimento all’attività umana, come un mattone spezzato o la cornice di un fotogramma, a dire che la natura assume significato a seguito dell’azione antropica, sia essa materiale o mentale.

L’attività creativa di Cerocchi, che prosegue da oltre cinquant’anni, è una continua sperimentazione volta alla commistione di linguaggi visivi differenti (fotografia e grafica in particolare), nel tentativo di creare un’immagine unica ed evocativa nella sua totalità. Un lavoro segnato anche da una sottile vena ludica che lo contraddistingue come una continua e inaspettata scoperta di effetti visivi. 

La mostra intende proporre un momento di riflessione sui linguaggi di ricerca dei due artisti: ciò che li accomuna è l’interesse verso l’espressione artistica, verso i pensieri e le emozioni che essa è in grado di suscitare. Entrambi affascinati dal rapporto tra arte e natura, i due artisti presenteranno una serie di lavori eseguiti a quattro mani, i cosiddetti “Giardini”, dove i disegni di Daniele Re, stampati su carta da acquarello, sono arricchiti dai colori di Giuseppe Fumagalli.  In queste opere le piante prendono forme sorprendenti, al punto da rivelare imprevisti tratti quasi umani, con sottili richiami allo stile liberty. A ogni immagine, i “Giardini” si arricchiscono di nuove presenze vegetali, in un’atmosfera coloristica che presenta i toni mutevoli della luce del giorno. 

Daniele Re ha presentato una nuova serie di inediti “disegni fotografici”, chiamate “Carte Blu”, incise con l’antica tecnica del clichè verre e stampati in cianotipa. La tecnica del clichè verre permette di creare “un’immagine di fumo o fuliggine”, incidendo una lastra di vetro disposta sopra una candela. In questo modo viene prodotta una matrice, che viene stampata su un foglio fotosensibile grazie alla luce solare. In seguito, la cianotipia immerge queste immagini nella delicata atmosfera tendente al blu di Prussia che caratterizza questo antico metodo di sviluppo in acqua. Dall’unione di queste due tecniche ottocentesche nascono le informali “Carte blu”, figlie dell’incontro tra fumo, sole e acqua.

Gli acquarelli di Giuseppe Fumagalli rivendicano al contrario una maggiore aderenza figurativa al reale rispetto ai lavori di Daniele Re, seppur in un'atmosfera ugualmente sfumata e indistinta. I paesaggi, i fiori (il soggetto preferito dal pittore) e le nature morte dipinte negli anni rivelano la passione dell’artista per la rappresentazione della realtà come prima fonte di ispirazione. Ma tra questi dipinti ne se ne trovano alcuni, di piccole dimensioni, in cui il soggetto reale si nasconde dietro gli effetti di colore: sono paesaggi con cieli nuvolosi e alberi, in cui si assiste a silenziosi incontri tra foglie, mazzi di fiori e figure umane. In questo modo l’artista raggiunge il suo obiettivo di dipingere “ciò che di bello esiste in natura e che non abbiamo più il tempo materiale per osservare attentamente”. 

Le opere esposte in mostra sono state scelte per andare ad esemplificare le tematiche e i problemi affrontati dagli artisti fin dalla nascita dell’arte astratta/informale e, a ben vedere, fin dalla nascita dell’Arte in generale.
Sono state presentate opere di Mauro Bellucci, Mauro Benatti, Nicoletta Gatti, Gino Scagnetti, Elisa Veronelli, con la partecipazione speciale di un’opera luminosa di Antonio Scaccabarozzi.                                            

L'arte informale amata da Jackson Pollock ed Emilio Vedova è stata interpretata a suo modo da Gino Scagnetti.  Due rare opere astratte di Mauro Benatti hanno richiamato l'estetica dei materiali di Alberto Burri. 

Infine, una rara opera luminosa di Antonio Scaccabarozzi ha dialogato a distanza con le opere luminose del fondatore del Museo I 3 tettiGiorgio Riva.

In particolare l'arte lirica e geometrica di Elisa Veronelli è stata messa in relazione con le opere di Vasilij Kandinskij e Carla Badiali. Quattro opere Senza Titolo di Mauro Bellucci hanno permesso di riflettere sulle ricerche di Piet Mondrian e Kazimir Malevič. Due opere rosse di Nicoletta Gatti hanno dialogato a distanza con le ricerche di Mark Rothko e Lucio Fontana. 

La mostra ha dedicato una particolare attenzione alla tendenza dell’arte astratta a dialogare con i mondi della musica, della letteratura e della filosofia. A questo tema sono state presentate l'opera Fantasia di Elisa Veronelli (legame tra arte e filosofia), l'opera Ex Oriente di Mauro Bellucci (legame tra arte e letteratura) e un'opera dedicata a Bach di Gino Scagnetti (legame tra arte e musica).

Il percorso espositivo è andato a compiere un vero e proprio itinerario antologico nell'arte di Nicoletta Gatti, attraverso la presentazione di quattro centrali serie artistiche. La mostra ha affidato ampio spazio alle Tracce, le opere di Nicoletta Gatti più celebrate dalla critica. Le Tracce sono sottili fili che si srotolano sullo sfondo monocromo della tela, a rappresentare l'incrociarsi di situazioni e pensieri che vivono nell’animo dell’artista tortonese. 

Particolare attenzione verrà affidata anche alle serie più recenti della Gatti, le Trasparenze e le Differenze, in cui emerge l’importanza dei rapporti tra trama e ordito e tra colori opposti e complementari, che sono alla base sia dell’arte astratta che del design tessile. Infine Nicoletta Gatti presenterà alcune opere pensate ad hoc per questa mostra, in cui le pennellate della Gatti vanno a creare, per l’appunto, delle “astratte tessiture”.

Il titolo della mostra è stato scelto per porre l’attenzione su una segreta e sorprendente natura dell'arte astratta, che nella storia dell’arte ha dialogato spesso e in maniera efficace con il design tessile. In entrambe le arti la presenza di uno schema geometrico, legato alla ragione, si accompagna sempre al colore, legato al mondo delle emozioni

 

 Dato questo scenario, la mostra "Astratte Tessiture" trova la sua perfetta collocazione nella Quadreria Bovara Reina, proponendo un esplicito omaggio a questo storico luogo. A questo fine verrà proposto anche un focus sulle opere di colore blu di Nicoletta Gatti, che andranno a dialogare a distanza con i colori del lago visibili dalla Quadreria. 

 

Questo evento ha permesso di tornare ad ammirare le sculture di Mauro Benatti e di sottolineare il risvolto pacifista presente in molte sue opere. “L’Urlo” presenta un’espressione plastica di un grido di dolore, una profonda reazione emotiva ai mali e alla violenza del mondo, di fronte a cui l’opera presenta un’unica e diretta risposta, con un semplice grido: “No!”. 

Non a caso questa netta negazione è stata usata da Benatti come titolo alternativo di questa rete, che colpisce per la sua espressività e la sua grandezza (2 metri). Per Mauro Benatti ogni uomo (così come ogni parte del mondo naturale) presenta in sé una bellezza profonda, che l’arte ha il compito di difendere e di portare alla luce

Nella stessa sede, alle ore 21 di martedì 4 giugno, è stato presentato un itinerario nella musica barocca e contemporanea, pensato ad hoc per l’occasione, che è andato a fare dialogare il contrabbasso di Roberto Benatti e le percussioni di Sebastiano de Gennaro. L’opera in questione, intitolata “L’Urlo”, e la Chiesa di San Michele è stata visitabil anche nelle successive domeniche di giugno (12, 19 e 26), nel pomeriggio, dalle 14 alle 17.

Il momento musicale ideato da Roberto Benatti (figlio di Mauro Benatti) e Sebastiano de Gennaro nasce con lo stesso intento di dialogo. I due musicisti proporranno un percorso musicale attraverso suoni gravi e percussivi, per rimandare all’idea di primordiale evocata dalla natura attorno al santuario e dall’urlo della scultura. Il concerto metterà in mostra anche la connessione tra musica contemporanea e l’incompiuto, suggerita anche dal luogo dove si svolgerà l’esecuzione, attraverso un itinerario che presenterà da brani inediti, per poi passare da Bach e arrivare, infine, alla musica contemporanea di Stockhausen

L’associazione culturale Lumis Arte, con il patrocinio del Comune di Varenna e (in seguito) del Museo della Barca Lariana, ha presentato la mostra “Riflessi” che, dedicata al tema dell’acqua, collega i dipinti di Donato Frisia Jr. alle fotografie di Daniele Re

 

L’esposizione è nata per riflettere sul rapporto tra la pittura e la fotografia naturalistica, andando così a realizzare uno degli obiettivi fondativi dell’Associazione Lumis Arte. 

 

All’interno della Sala De Marchi Frisia presenta i suoi “Riflessi”, opere nate a partire dagli anni ’80, nel periodo in cui il pittore meratese conduce il traghetto a Imbersago e inizia a studiare i riflessi nel fiume. La serie “Riflessi” è un vero spartiacque nella storia artistica di Frisia, tra la pittura paesaggistica amata dal celebre nonno Donato Frisia e la successiva scoperta della pittura astratta. L’arte di Frisia nasce come un'analisi soggettiva del paesaggio, ma sempre con una visione “a grandangolo”, tipica nell’iconografia paesaggistica del Lario. 

I “Riflessi” invece portano Frisia a fare un vero e profondo incontro con la natura. Osservando le immagini specchiate degli alberi e delle persone sul fiume Adda e sul Lario, l'artista scopre un nuovo volto della Natura, dove l'alto e il basso si uniscono e il divenire fa da padrone: si inizia a definire una vera poetica del movimento, riconoscibile anche nelle opere astratte del decennio successivo.

Nei “Riflessi” la pittura spesso viene affiancata al mosaico: sia per cercare dare più concretezza ad alcuni riflessi, ma anche per mostrare un’immagine infranta delle architetture e delle montagne che circondano le zone lariane.  

La seconda mostra, collocata sempre nella Sala De Marchi, ha rappresentato un nuovo momento di analisi del linguaggio visivo proposto negli ultimi dieci anni dal fotografo Daniele Re. 

L’inedita serie degli “Affacci” tenta di usare la fotografia naturalistica per descrivere il paesaggio lariano secondo una poetica diversa da quella vedutista e un po’ romantica che l’ha sempre caratterizzato, ma senza prescindere da questa.

Gli “Affacci sul lago”, realizzato nel 2021, seguono un percorso che corre lungo tutta la sponda del Lario, alla ricerca di quei particolari punti in cui il paesaggio del lago rivela la propria identità fondata sull’incontro tra l’acqua e la roccia

Gli affacci sono le darsene, i porti protetti dai frangiflutti, gli imbarcaderi, gli esili attracchi in prossimità della riva, le passeggiate da cui mirare il panorama o piccoli angoli riposti ai piedi di ripide scale che discendono verso il lago, nascoste da una inaspettata vegetazione. In continuità con il proprio lavoro, Daniele Re affronta il tema del paesaggistico cercando di tracciare un’ipotetica linea di sviluppo sull’iconografia del Lario e sull’innovazione della tecnica fotografica. Da qui la scelta di usare come supporto della ripresa solo pellicola in bianco e nero, eliminando i colori, per meglio cercare le atmosfere luminose che avevano attratto i fotografi della Belle Époque

La mostra è andata a far luce sulla peculiarità della fotografia naturalistica “sui generis” di Re, intrinsecamente distante dal modo di intendere la fotografia paesaggistica nel mondo odierno, legata all’immediatezza e alla velocità dei social media. Le sue fotografie nascono dopo lunghe esposizioni attraverso la tecnica del foro stenopeico, che riproduce un’immagine alterata della natura fotografata, con una scarsa nitidezza dei contorni e un basso contrasto. Il suo sguardo non si perde tra le vedute montane e i grandangoli del Lario e dell’Adda, ma si concentra sui loro dettagli, alla ricerca di un nuovo modo di intendere l’iconografia di queste zone. 

L’esposizione va inoltre a proporre nuovi collegamenti estetici e intellettuali tra diverse serie fotografiche di Daniele Re, che mai prima si erano incontrate. Le immagini dei riflessi, dei microcosmi e delle pozze dell’Adda, esposte nella mostra “Il Fiume Adda” presentata nel 2018 nella Fototeca del Palazzo delle Paure di Lecco, vanno a interagire con la serie delle “Sovrapposizioni”, presentata all’inizio di questo anno al Circolo Figini di Maggianico, sponsor tecnico della mostra.

 In una veduta d’insieme, questi scatti sono uniti dalla volontà di mostrare la complessità della natura che ci circonda, ovvero il suo essere intrinsecamente stratificata. Una serie di profondi strati che caratterizzano il nostro modo di vedere la Natura e di vivere in essa.

La mostra, esposta presso la Villa Sirtori di Olginate e in seguito al Circolo Figini di Maggianico, ha condotto i visitatori in un viaggio per immagini lungo le sponde dei laghi di Olginate e Garlate, ma anche attraverso la loro storia: dal traghetto al ponte per attraversa il fiume, dalle lavandaie ai pescatori, dalla discarica del Lavello alle atmosfere sognati delle nebbie mattutine.

Le circa 20 fotografie di Giandomenico Spreafico, intitolate Poesia sul lago, Barche a riposo, Ormeggio, Inverno sul lago, Fragile ormeggio e Nebbie sul lago, sono orientate verso l’intimità del rapporto con l’ambiente lacustre.
Al contrario, tra il 1970 e il 1975, Spreafico ha documentato la situazione con un occhio sensibile alla “Poesia del Lago”, come lui la chiama, deturpata dai rifiuti e dall’imponenza dell’archeologia industriale. Anche questa parte della produzione di Spreafico è stata documentata dalla mostra
Fragile Ormeggio.


Non a caso progressivamente nella fotografia di Spreafico delle rive del lago 
la presenza umana ha assunto un rilievo maggiore, 
da elemento statico in contemplazione del paesaggio fino alla vicinanza di alcuni ritratti in primo piano di pescatori al lavoro. Con questi, presentati sotto i titoli L’uomo delle reti e Lavori di pescatore (’78), Spreafico ha colto 
la dimensione umana che abita la quotidianità del paesaggio.

Le immagini conservate dal Comune e inserite  in mostra sono invece  
il frutto di una raccolta condotta nel 1984 in occasione della pubblicazione 
del libro “Olginate ieri ed oggi”. 
A questa iniziativa parteciparono i cittadini di Olginate, tra i quali Giulio Corti, Luciano Crippa e Sergio Stucchi, 
che prestarono le proprie raccolte al fine di ricostruire attraverso le immagini la storia recente di Olginate. 


Di queste fotografie ne sono state esposte in mostra ben sei, 
che hanno mostrato il traghetto (’24), il porto, la piazza Garibaldi (’07) e gli edifici del fronte lago all’inizio del secolo, la cuccagna su lago (’09),
 l’inaugurazione del ponte(’09-’27) e del nuovo argine (’53) e, infine, 
le lavandaie sotto la torretta che lavano i panni sulla riva (’50).

In continuità con il proprio lavoro, Daniele Re affronta il tema del paesaggistico cercando di tracciare un’ipotetica linea di sviluppo sull’iconografia del fiume Adda. Le “Sovrapposizioni” nascono dallo studio condotto su immagini d’archivio e da una pratica fotografica che unisce la ripresa analogica del foro stenopeico all’elaborazione digitale dei negativi

Gli scatti realizzati guardano ai dettagli naturalistici e tentano di cogliere le particolari stratificazioni tra le diverse superfici, in cui la luce si diffonde, tipiche dell’ambiente acquatico. La mostra conduce i visitatori in un viaggio per immagini lungo il fiume, per scoprirne le sponde e le acque con occhi nuovi che affondano nella profondità delle loro sovrimpressioni.

Per realizzare le “Sovrapposizioni” sono state unite due immagini diverse (una a colori e l’altra in bianco e nero all’infrarosso) dello stesso soggetto, ripreso dal medesimo punto. Il negativo a infrarosso necessita di esposizioni lunghe durante le quali le foglie e l'acqua si muovono e lasciano le tracce chiare del loro passaggio. 

Dentro queste si inscrive il colore della seconda fotografia. Ne risulta l’emersione di un colore alterato su immagini dissolte dai lunghi tempi di esposizione. La serie cerca di trovare il punto in cui l'immagine si sfalda pur mantenendo il soggetto ancora riconoscibile.

Queste foto danno nuova luce alla fotografia stenopeica: essa, poiché realizzata senza l’obbiettivo, richiede tempi di esposizione lunghi, inquadrature fatte senza mirino, o traguardando immagini molto scure e poco leggibili. Le caratteristiche di questa tecnica sono i lunghi tempi di esposizione, i colori alterati, la scarsa nitidezza dei contorni e dei dettagli e il basso contrasto.

La mostra ha proposto una selezione dei quadri e delle sculture dell’artista airunese, nella sua prima retrospettiva in un museo pubblico dopo la sua scomparsa. L’esposizione è ruotata attorno a due temi fondamentali nella ricerca artistica di Benatti: 
i movimenti del corpo umano e l’amore per la scultura della materia. 

Questi due aspetti dell’arte di Benatti trovano la loro unità nell’ultima sala, dedicata alle opere più rinomate dell’artista, ovvero le sculture in rete metallica. Una imponente rete metallica di Benatti è stata esposta anche a Palazzo delle Paure per tutta la durata della mostra, al fine di far interagire l’esposizione con la Galleria d’Arte Contemporanea del Si.M.U.L 

Nella prima sala sono stati esposti disegni e sculture legate al fondamentale ciclo nell’arte di Benatti "5 movimenti per un corpo solo", vero proprio inno alla libertà e alla bellezza del femminile. 
A questo tema sono state dedicate anche le due sale laterali, popolate da sculture e dipinti di amazzoni e sirene.

Tutti hanno una passione e questa è la mia! Sin dalla più tenera età ho deciso di coltivarla e da allora non ho mai smesso di imparare.

Queste sale hanno permesso di far luce su due aspetti centrali 
nella produzione dell’artista: 
il suo interesse per la mitologia e 
il suo amore verso i materiali scultorei più poveri e umili, 
la cui silenziosa bellezza viene messa in luce dalle opere di Benatti.

L’esposizione presenta un reportage che guarda alle moto Guzzi 
e alla loro storia, ma anche ai motociclisti e ai visitatori incuriositi, 
a cui Rosandro Cattaneo “ruba” dei ritratti, 
cogliendo inoltre alcune peculiarità del rapporto tra questi personaggi 
e le loro amate moto. 

Il fotografo guarda i particolari meccanici e l’ambiente tra lago e montagne in cui si svolge la manifestazione, documentandone alcuni momenti istituzionali come le premiazioni. L’esposizione conduce i visitatori all’interno del motoraduno tenutosi a Mandello del Lario nel 1991, in occasione dei settant’anni della casa motociclistica

Per restituire l’atmosfera e il fascino delle moto d’epoca alle sue fotografie Rosandro Cattaneo sceglie di scattare con una pellicola in bianco e nero, che sviluppa però come se fosse a colori (C41), dandole così un’intonazione seppia. Inoltre per la loro stampa (1992) decide di usare una carta per fotografie a colori, aggiungendo un’ulteriore, benché leggera, intonazione all’immagine.

Per meglio introdurre le fotografie e descrivere l’atmosfera dei raduni la mostra è accompagnata dalle memorie di Stefano Bonacina, 
presidente del Moto Guzzi Club Mandello. Queste avvicinano il visitatore allo spirito del guzzista: un senso di appartenenza e un sentimento che conduce a Mandello motociclisti da tutta Europa e oltre. 

Rosandro Cattaneo (Mandello del Lario, 1942) è un fotoamatore che inizia a fotografare dai primi anni ’70, e negli anni ’80 sperimenta il linguaggio audiovisivo partecipando a diverse rassegne nazionali. Dai primi anni ’90 
si interessa a tecniche alternative rispetto alla fotografia tradizionale, usando la Polaroid e il foro stenopeico

In questi anni Cattaneo lavora prima come carpentiere metallico e successivamente come autista di pullman, mantenendo l’interesse creativo per la fotografia. Così il suo rapporto con questa è definito dall’affetto verso le immagini realizzate (spesso copie uniche), dal rispetto per le fotocamere che si costruisce da sé, oltre che dal divertimento della sperimentazione tecnica.